altra dimensione

 shelter rock painting , Bhimbetka, India, paleolithic

Noi siamo soliti credere che un oggetto sia costituito da tre dimensioni; in realtà ogni oggetto prodotto e in qualche modo usato dall'uomo ne contiene anche una quarta: il "contenuto", che fa assumere a quell'oggetto un suo specifico significato.
Se in certe espressioni artistiche attuali può essere dominante il gusto estetico, la ricerca pura del colore e delle forme, nella Preistoria è stato dominante il CONTENUTO, la quarta dimensione della realtà, la stessa dimensione che spinge il bambino ad esprimersi attraverso forme, segni, simboli, colori, composizioni che esulano dai nostri canoni estetici.
(...)
Diversi sono gli schemi mentali , gli interessi, le categorie ideologiche formali, le funzioni delle cose e delle opere prodotte, delle forme, degli strumenti, i contenuti della realtà, i modi di riprodurre la stessa. La produzione infantile, la produzione dei primitivi, la produzione preistorica e protostorica sono essenzialmente linguaggio carico di contenuto.
Noi quando parliamo di "arte" , siamo soliti riferirci al realismo occidentale, all'evoluzione e alle conquiste del nostro mondo e crediamo, come giustamente fa osservare l'Arnehim, che tale realismo sia "... la meta naturale di ogni forma artistica..."; o addirittura siamo convinti che esista una sola realtà delle cose, mentre ogni cosa è una realtà diversa per ognuno di noi e ancora di più per le culture diverse dalla nostra.
Difficilmente sappiamo pensare in altri termini e spesso escludiamo a priori che possano esistere altre realtà , un altro tipo di realismo o un altro approccio alla raltà.
Certa arte occidentale evoluta, proprio nella sua evoluzione e finalizzazione, si è allontanata, o meglio diversificata, dalle funzioni delle manifestazioni di cultura figurativa dei popoli preistorici e primitivi.
Oggi le opere d'arte, o le presunte tali, secondo gli schemi mentali occidentali, possono essere produzione fine a se stessa,  creazione per l'artista che le ha prodotte, motore per un senso di piacere estetico per chi le guarda o - addirittura - incomprensibili; quindi, distaccate dalla realtà di ognuno.
Nell'antichità e per gli uomini primitivi, la produzione figurativa "... è uno strumento pratico per molti importanti compiti della vita quotidiana - come dice ancora l'Arnheim - ... dà corpo a poteri sovraumani così da renderli attivi in concrete azioni , rimpiazza oggetti reali, animali o uomini, in tal modi si addossa i loro compiti; registra e trasmette informazioni; rende possibile l'esercizio di influssi magici , creature e cose lontane..., - ... ciò che conta per tutte queste operazioni, non è l'esistenza materiale delle cose, ma gli effetti che esse esercitano o che sono su diesse esercitati...".
Probabilmente queste opere pur essendo state realizzate quasi sempre da pochi "specialisti", erano da tutti comprese in quanto i loro contenuti, anche se ideogrammati, erano parte della cultura comune.
(...)
 Segni come parole, il linguaggio perduto, Ausilio Priuli



La Foresta, Alberto Giacometti, bronzo, 1950






lezione n.4

Bill Viola, Old Oak (Study), 2005
Color High-Definition video, 30:16 minutes
In un dipinto, il paesaggio che l'artista fa sorgere dal suo pennello può essere solenne o tormentato, denso o etereo, circonfuso di luce o avvolto di mistero - l'importante è che vada al di là della dimensione della mera rappresentazione e che sia dia come apparizione, come avvento. Avvento di una presenza - non nel senso figurativo o antropologico del termine - che è possibile percepire o di cui si può avere il presentimento: quella dello spirito divino. Con tutta la sua componente di invisibilità, questa presenza corrisponde a ciò che i teorici chiamano lo xiang-wai-zhixiang, "immagine al di là delle immagini", e non è lontana dall'esperienza che nella spiritualità Chan va sotto il nome di illuminazione. Quando, di fronte a uno spettacolo della natura - un albero in fiore, un uccello che spicca il volo emettendo il suo grido, un raggio di sole o di luna che illumina un attimo di silenzio - improvvisamente ci si ritrova dall'altra parte, si oltrepassa il velo dei fenomeni e e si ha l'impressione di una presenza che procede da sè e ritorna a sè, intera, indivisa, inesplicabile e tuttavia innegabile, come un dono munifico che fa sì che tutto sia presente, diffondendo una lucve che ha il colore dell'origine, intonando dolcemenete un canto primordiale che va da cuore a cuore e da anima a a anima.
Ho pronunciato la parola "anima"; essa mi richiama alla mente la nozione di yi-jing, "dimensione dell'anima", che abbiamo già avuto modo di incontrare nel corso della seconda meditazione a proposito della rosa e che rappresenta in qualche modo, nell'estetica cinese, un analogo dello shen-yun, la "risonanza divina". Allo stesso modo, lo yi, "disposizione del cuore, dell'anima", è qualcosa di cui sono dotati tanto l'uomo quanto l'universo vivente. Lo yi-jing suggerisce quindi un'intesa tra l'umano e il divino che va da anima ad anima, che la lingua cinese indica con l'espressione mo-qi, "tacita intesa". Un'intesa che non sarà mai completa, poichè esisterà sempre uno iato, una sospensione, una mancanza da colmare. Lo spazio vuoto lasciato al termine di un ruolo di pittura serve per indicare proprio questo. Questo vuoto animato dal soffio reca in sè un'attesa, un ascolto pronto per accogliere un nuovo avvento, annunciatore di una nuova intesa. Per ottenerla l'artista è costantemente pronto a sopportare dolore e tristezza, privazioni e smarrimenti, fino a farsi consumare dal fuoco del suo stesso atto, lasciandosi risucchiare dallo spazio dell'opera. Egli sa bene che la bellezza, più che un dato, è il dono supremo da parte di ciò che è stato offerto. E che per l'uomo, più che un'acquisizione, sarà sempre una sfida e una scommessa.

in

QIU SHIHUA, untitled, 2012 (Qiu Sh8044), oil on canvas, 
148 x 154 cm


Beethoven parlando della sua opera e della sua creazione in genere, aveva sufficiente lucidità e umiltà per dire: " (...) Mentre altri, forse, lo ammirano, egli si rammarica di non essere ancora giunto laddove un genio più grande brilla ai suoi occhi come un sole lontano. L'unico vero segno di superiorità che sono disposto a riconoscere in un uomo è la bontà. Dove la trovo, lì è la mia casa."

Francois Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza, Ed. Bollati e Borringhieri

dendro

Rembrandt Harmenszoon van Rijn, I tre alberi, 1643, acquaforte



Alla domanda: "Qual'è l'essere vivente più grande al mondo?", i più scelgono la risposta generica "la balena" o, più in dettaglio, "la balena azzurra". Si sbagliano. In realtà, le sequoie dell'America settentrionale possono essere più grandi di qualsiasi balena. Nel "parco delle sequoie" in California, un esemplare di Sequoiadendron giganteum, soprannominato "Generale Sherman" è alto circa 83 metri, ha una circonferenza di poco più di 24 metri e il suo peso stimato è 2030 tonnellate, venti volte il peso di una balena azzurra di dimensioni medie. Questa, però, non è la sequoia più alta: il primato appartiene ad un esemplare di Sequoia Sempervirens alto poco più di 110 metri, soprannominato " Howard Libby".
Questi giganti tra i viventi sono diventati tali, perché hanno avuto il tempo necessario, protetti dai luoghi, inaccessibili per millenni. Identica fortuna non é toccata agli alberi delle foreste europee, e in particolare, a quelli delle foreste italiane. Nelle terre che oggi fanno parte della regione Emilia-Romagna, l'antichità dell'insediamento umano e la fertilità delle alluvioni fluviali spiegano la perdita, ormai bimillenaria, delle grandi foreste di pianura e la trasformazione delle residue foreste montane in boschi cedui, in castagneti e in piantagioni di conifere.
La funzione produttiva dei boschi non ha certo favorito la longevità degli alberi e, nello stesso tempo, gli alberi preferiti per una rapida ed elevata produzione di legno sono, per loro stessa natura, poco longevi. In più, le forme degli alberi superstiti, nei boschi ma, soprattutto, nelle aree agricole e suburbane, documentano un uso degli alberi proprio di un'economia povera per molti secoli, ed anche il suo persistente retaggio culturale: ceppaie, bassi tronchi capitozzati, alberi deformati da potature cui si dedicano con tenacia molti nostri contemporanei.
Gli alberi sono i simboli silenziosi della cultura di un popolo.
I nostri pochi alberi non possono quindi rivaleggiar con le sequoie americane,  ma sono anche loro, a scala locale, i più grandi tra i viventi. Il valore che viene percepito più facilmente nei loro riguardi è quello che potemmo definire genericamente "culturale".
I grandi e vecchi alberi sono, quasi sempre, i solo superstiti di paesaggi perduti e i soli protagonisti non effimeri dei nuovi paesaggi creati dall'uomo, dove l'instabilità e il mutamento sono la regola. Sono gli alberi che formavano le antichissime foreste: olmi, carpini e farnie in pianura, cerri e rovelle in collina e nella bassa montagna; faggi più in alto fino al limite della vegetazione forestale. Ma ci sono anche alberi coltivati, come il castagno e il cipresso.
L'incontro con un grande albero, qualunque sia la specie, non può che destare ammirazione: il pensiero corre al tempo che è trascorso da quando era un piccolo seme appena germinato, alla straordinaria capacità di crescita e di accumulo di questi vegetali, ad è da sempre spontaneo il confronto tra la nostra breve vita individuale e quella dell'albero che abbiamo davanti. Ben comprensibile è il valore di sacro che molteplici popoli, sindall'infanzia della nostra specie, hanno attribuito agli alberi, alle foreste non toccate dall'uomo: grandi alberi e boschi impenetrabili erano i custodi di una forza vitale, di un mistero che si poteva sperare di attingere, per breve tempo e in piccola parte,  solo attraverso la mediazione di un rito. Erano essi stessi le divinità primigenie, come lo erano le sorgenti e i fiumi. L'indescrivibile bellezza di questi luoghi seganti dalla sacralità della natura è stata perduta per sempre nel nostro mondo e, con loro, sono state perdute le emozioni profonde che essi provocavano nei nostri antenati, sino a guidare i loro pensieri. Un esempio tra i tanti, ce lo forniscono le cattedrali gotiche. Come osservò Ralph Waldo Emerson : "la chiesa gotica trasse origine, manifestamente da un adattamento degli alberi della foresta, con l'intrico dei loro rami, in arcate solenni e fantomatiche...Stando dentro un bosco in un pomeriggio invernale, ognuno si renderà subito conto dell'origine delle vetrate istoriate che ornano le cattedrali..., osservando i colori del cielo al tramonto attraverso l'intreccio dei rami nudi".
Il valore biologico dei grandi vecchi alberi nasce dalla loro stessa vita, passata attraverso innumerevoli stagioni: calori estivi, geli invernali, turbolenze dell'aria. Un albero vecchio soltanto di tre secoli ha visto sorgere e tramontare il sole circa 110000 volte.
Ogni vecchio grande albero è la manifestazione estrema dell'ostinazione dell'aadattabilità della vita vegetale. Di ogni stagione questi alberi serbano il ricordo lignificato nel profondo dei loro tronchi o nella chioma modellata dei rami sopravvissuti agli schianti del vento e della neve. Il loro programma genetico è quello compendiabile nella frase " durare più a lungo possibile". Per riuscirci ogni albero trasforma ogni anno parte del suo corpo in biomassa di sostegno e produce nuove parti destinate alla nutrizione. Può farlo perché è una pianta, cioè una creatura modulare.  La sua architettura è costruita attraverso la produzione ripetitiva di parti elementari simili tra loro.
Goethe osservò: "....una pianta , o se preferiamo , un albero, i quali ci si presentano come individui, non v'è dubbio che si compongano in realtà di parti uguali e simili tra loro all'interno: basti pensare a quante piante vengono moltiplicate per propaggini. La gemma di un albero produce un ramoscello, che a sua volta produce un gran numero di gemme uguali......"
Ogni parte elementare, ogni modulo, è formata da una foglia e dalla gemma che si trova alla base della foglia. Questo modulo è l'intima realtà dell'albero, quella che ne assicura la vita e la crescita. La sua formazione è influenzata dalle condizioni del momento e, per questo, ogni albero ha una forma altamente imprevedibile che dipende fortemente dall'interazione con l'ambiente.
Lo aveva già osservato Leonardo Da Vinci nel Trattato sulla pittura: "è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra gli alberi della medesima natura, non si troverebbe una pianta ch'appresso somigliasse all'altra, e non che le piante, ma li rami o le foglie o i frutti di quelle, non si troverà uno che precisamente somigli all'altro".
I suoi moduli sono integrati in un sistema nutritivo ma, al tempo stesso, ogni modulo può essere perduto e rifatto da un'altra parte. Questa seconda caratteristica è, senza enfasi, la chiave per capire la straordinaria esistenza della vita sulla Terra, alimentata dall'adattabilità delle piante verdi.
Ogni grande albero è la più grande manifestazione di questo carattere: durare significa avere straordinarie capacità di risposta alla variabilità delle condizioni ambientali.
Nelle situazioni di più grave degradazione ambientale, un grande albero può essere ormai il solo portatore di un genoma divenuto ormai raro.  La propagazione è in questo caso una strategia altamente raccomandabile di conservazione biologica. Nello stesso tempo, i semi che un grande albero di una specie rara produce contengono nuove preziose combinazioni genetiche, sono il deposito della necessaria variabilità cui dovremmo attingere per conservare la specie stessa e riutilizzarla nelle ricostruzioni ambientali.
Resta da ricordare lo straordinario valore ambientale dei vecchi grandi alberi. Essi sono autentiche isole verticali che contengono un mosaico di habitat, in cui la natura dispone molte altre creature per vivere. Per limitarci soltanto ai vertebrati, si può ricordare che varie specie di uccelli usano i grandi alberi a diverse altezze dal suolo: i rami più alti spesso disseccati, sono utilizzati dai rapaci e dalla cornacchia come luoghi di osservazione e la ghiandaia li usa per nidificare. Poco più in basso trovano riparo per la notte molti piccoli uccelli, e di giorno, la cinciallegra e il picchio muratore percorrono rapidamente i rami nutrendosi di molti insetti. Nelle biforcazioni più riparate dei grandi rami cotruisce il suo nido lo scoiattolo, che si scava tane nelle parti marcescenti del tronco, le stesse che i picchi raggiungono per estrarne larve di insetti. Nelle cavità del tronco trascorrono l'inverno il ghiro e il moscardino; l'allocco, che passa il giorno nascosto nel fitto fogliame, vi costruisce il proprio nido. Le cavità dell'albero forniscono , in generale, importanti siti di rifugio per i pipistrelli e l'albero trae verosimilmente beneficio dalla degradazione minerale dei loro escrementi liquidi e solidi, operata da invertebrati, funghi e batteri. Si sa infine, che i rospi usano il legno marcescente e gli anfratti alla base dei vecchi alberi come luoghi di rifugio. Questo quadro di vita, sommariamente accennato, è tanto più ricco quanto meno degradato è il contesto ambientale in cui l'albero si tova: la vita legata ad un grande albero  dipende in larga misura da ciò che gli sta intorno. Il valore dei vecchi grandi alberi per la biodiversità locale è, comunque, sempre molto alto: la loro conservazione è riduttiva del loro valore e, quindi poco utile, se li si considerasse soltanto "monumenti", come fossero edifici, e si procedesse a "restauri" eliminando parti morte e deperienti.
Su un grande e vecchio albero dimora un'attività straordinaria, che percorre tutti i livelli della vita: dalla produzione di materie e di energia, al suo uso e alla sua degradazione. Questa trama di un antichissimo canovaccio è stata ed è recitata da molti protagonisti.
Oggi, come tutti gli anziani, i grandi alberi hanno anch'essi bisogno di affetto, riposo e pace.
Non potarli inutilmente, rispettare il terreno circostante per non danneggiare le radici, non accendere fuochi nelle vicinanze, sono le cose che possiamo fare per loro. In più, non dobbiamo lasciarli soli: piantare nuovi alberi o favorire la naturale riconquista degli antichi spazi perduti dalle foreste, saranno i modi migliori per festeggiare i compleanni di questi patriarchi.

Carlo Ferrari
 I grandi alberi: un concentrato di risorse biologiche, ambientali e culturali.  
Dal libro " Giganti Protetti. Gli alberi monumentali in Emilia-Romagna"

alberi

albero della nonna. albicocco morto con glicine. Cervia, 2010


 Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancor di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire ad una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche.
Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell'infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che é insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, reppresentare se stessi.
Niente é più sacro e più esemplare di albero bello e forte.
Quando un albero é stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco - una lapide sepolcrale - si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e nelle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate. E ogni contadino sa che il legno più duro e più pregiato ha gli anelli più stretti, che i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti, crescono in cima alle montagne, nel perpetuo pericolo.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita.
Così parla un albero: in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono la vita della vita eterna. Unico è l'esperimento che la madre perenne ha tentato con me, unica la mia forma e la venatura della mia pelle, unico il più piccolo gioco di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è quello di dar forma e rivelare l'eterno nella sua marcata unicità.
Così parla un albero: la mia forza è la fede. Io non so nulla dei miei padri, non so nulla delle migliaia di figli che ogni anno nascono da me. Vivo il segreto del mio seme fino alla fine, non ho altra preoccupazione. Io ho fede che Dio è in me.  Ho fede che il mio compito è sacro. Di questa fede io vivo.
Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci così: Sii calmo! Sii calmo!! Guarda me! La vita non è facile, la vita non è difficile. Questi sono pensieri infantili. Lascia che Dio parli in te ed essi taceranno. Tu hai paura perché la tua strada si allontana dalla Madre e dalla Patria.  Ma ogni passo e ogni giorno ti riconducono di nuovo alla madre. La patria non è in questo o in quel luogo. La patria è dentro di te, o in nessun posto.
La nostalgia di vagare senza meta mi prende il cuore, quando, a sera sento gli alberi stormire nel vento. Se li si ascolta a lungo, in silenzio, anche la nostalgia di vagare rivela appieno il suo significato più profondo. Non è desiderio di scappare via dal dolore, come sembra; è nostalgia della propria patria, ricordo della propria madre, struggimento per nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada conduce a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
Così sussurra l'albero nella sera, quando abbiamo paura dei nostri pensieri infantili. Gli alberi hanno pensieri duraturi, di lungo respiro, tranquilli, come hanno una vita più lunga della nostra. Sono più saggi di noi finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, la rapidità e la precipitazione infantile dei nostri pensieri, acquistano una letizia incomparabile. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Non desidera essere altro che quello che è. Questa è la patria. Questa è la felicità.


Hermann Hesse, Il Canto degli Alberi

rampicanti

rudere, Savio di Ravenna, 2011


 In architettura esistono due tipi di "mimesi". Una é quella che si rapporta alla natura, l'altra alle cose dell'uomo. La prima cerca nella natura un appoggio ed una conferma al suo disegno. Circondata da questa, quale un orizzonte in cui ritrovarsi e ripararsi dalla forza del proprio segno, non vuole primeggiare ma generare con lei un unico "luogo dell'anima". Una volta erano le pievi le piccole chiese di campagna circondate da prati e da alberi su colline bruciate dal sole, piccoli mausolei, o moschee bianche con le cupole e il minareto che svettavano tra sugheri e cipressi, torri di pietra tra le rocce, rovine di templi immerse tra gli ulivi vicino al mare.
La natura e l'architettura si fondevano in un solo paesaggio, in cui il materiale dell'una si specchiava in quello dell'altra come un riflesso. Il pieno accordo tra luogo naturale e opera dell'uomo era un tacito assioma,  una legge quieta che, da Platone ad Aristotele, é arrivata sino agli albori del secolo scorso.
L'arte é mimesi della natura. La mima, la reinventa, la accompagna fedelmente nel cammino del tempo. Non c'era contrasto e nemmeno violenza. L'abitare sulla terra era una convivenza armonica in cui l'uomo beneficiava della natura, e questa traeva profitto e bellezza dalla presenza dei disegni dell'uomo. Così nascevano i luoghi.
Non necessariamente un'arcadia, nel senso "panico" del termine, ma la sensazione di familiarità e di fierezza reciproche. Il luogo dell'abitare era il centro di un mondo, di cui la natura era parte integrante.


 I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell'imperfezione - "la mimesi"
Roberto Peregalli


lezione n.3

Mi sono sempre chiesto che opere farei di fronte all’Apocalissi. 
Una moltitudine di effetti straordinari non dovrebbe mancare. E neppure la disperazione che l’inverosimile risulti vero. Correrei nudo come negli affreschi gotici o mi siederei singhiozzando per non aver capito nel corso della vita il punto centrale della questione. Ogni tanto si fa esperienza, per pochi attimi, quasi a caso, dell’assoluto. Subito sempre mi chiedo da dove deriva la passione per il relativo, che forma il dettaglio dell’esistenza, e lega stretti alla vita, nessuno escluso.
È una riflessione tra le sproporzioni del mondo, mondo breve, in cui l’uomo vive.
Nasce la decisione ferma di seguire poche cose, fuori epoca, che riguardano i presenti e chi c’è già stato. Pochi temi interrogativi: il motivo dell’esistenza, la sua fine, il male, l’ingiustizia, il dolore. Alcuni perché. Non sono infiniti.
Mi chiedo se su questi temi saremo giudicati nel terribile supercircuito dell’Apocalissi, con una tendenza alla sostanza assoluta dei valori, o giustificati anche per fedeltà più minuscole e temporali, famiglia, città natale, riunioni di condominio. Non intendo fare della retorica leggera. L’insieme di una vita morale e spirituale, compresa l’arte, è inclusa in una fitta rete di dettagli. Mi chiedo se le sproporzioni evidenti che balzano agli occhi sono fornite da una libertà di fondo o da una schiavitù, un destino prevalente, che ci determina, a nostra gioia o perdizione.
In simili crocevia della mente devo contrastare subito una inclinazione giansenista: non riesco a credere alla libertà integrale dell’individuo. Faccio conto, con un atto di fede, che tale libertà esista sul serio e l’uomo sia interamente responsabile della trama morale della sua vita.
Lo scenario non cambia. Le grandi passioni, di fronte all’ineluttabilità eterna del nulla o di Dio, denunciano l’inconsistenza drammatica dell’esistenza, puerilità per chi vi affonda.
Il dolore è divenuto un globo, come la terra.
La tenerezza si è frantumata.
Avrei voluto essere un monaco della Tebaide. Non lo sono stato. Avrei voluto morire in mille modi ragionevoli. Sono ancora vivo, e mi intenerisce ancora, persino, l’ombelico nudo delle ragazze che si fanno saltare in aria. Ho pena affettuosa per il vecchio con trecce e cappello che prega e dondola nello smarrimento dell’assenza temporanea di Dio.
L’esperienza, si vede, partecipata con cura, produce un definitivo scacco delle attese.
Il senso del mondo si tramuta in un sentimento di strazio. Quasi un nastro inciso.
È una risposta? Certo, ma non del tutto ragionevole.
Provo compassione non solo depressiva per chi muore, viene ucciso, o va a morire per cause dettate da altri.
Le costruzioni del mondo si agganciano ferree e, con ingegneria missionaria, erigono un edificio immotivato. È tragico sostituirsi a Dio. Va temuta la Sua Terribilità. Le prove del dolore, la temporalità, le mutazioni, la morte come necessità metafisica, extratemporale.
La guerra difende, o vuole onorare nobili cause, ma non costruisce che terrificanti conclusioni, per i presenti e i futuri. Fa capo ad una morte spicciola, non meno assoluta.
L’opera che ho messo in piedi intendeva dirne qualcosa.
E’ la resa del giudizio. Del mio almeno.
Mi allaga l’incapacità di capire.
Persino chi amo e per familiarità approvo.
E la Storia, cui ho sempre dedicato attenzione come tracciato indicativo di un significato comune a l’uomo, ombre comprese, in fine stritola la coscienza in un cappio di stupore e ribrezzo.
E’ stupida. E’ stata stupida.
Forse non ha motivo di essere.
Questa mia è una resa formale.
Una bandiera bianca.
Una certa misura di resa può scoprire forse alternative inedite di pace.

Fabio Mauri
19.09.2002





 La Resa, Fabio Mauri
installazione, 2009





ausencia



Beili Liu, "Accerchiamento", 2006
Installazione e performance
pianta del cardo e spilli, 
dimensioni variabili


Nel profondo della sua condizione tragica, é in realtà dalla bellezza che l'uomo attinge senso e gioia.

François Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza

 

ausencia  di  Goran Bregovic cantata da Cesaria Evora

ètere

(...) tutto ciò che giorni e Natura alle cose poco per volta apportano, secondo misura inducendole a crescere, nessuna affissata acutezza di sguardo vale a scoprirlo, né, a loro volta, tutte le cose che invecchiano per età e consunzione;
né riusciresti a vedere tutte le cose che in ogni momento perdono sospese sul mare, smangiate da adace salsedine, le rocce.
E, dunque, con corpi nascosti Natura regge le cose.

Lucrezio, De Rerum Naturae, Fenomeni invisibili





Olafur Eliasson, Beauty, 1993

natura estetica natura

Malcolm Kirk, photo, 'Mudman' from Makehuku village, Asaro area, Eastern Highlands





Dov'è l'Arte?

... Dove il ramo per immaginazione diventa osso, ricorda balena, muta in scheletro, antropomorfo, viscere, radici, le foglie capelli;
dove la texture del sasso levigato dal tempo è pelle, dove le piume sono abiti, cappello e scarpe come un uccello. Le zampe di gallina epidermide rugosa, giallo del grano; il becco del tucano come copricapo perchè voglio essere come natura.
Dove la sensibilità ha infinite varianti di estetica, per accostamenti "come natura avrebbe fatto", quando il tronco dalla quercia secolare diventa animale antico, uomo anziano dalla voce rauca e soffocata dal tempo, ricorda il sacro, la corteccia le rughe, le diramazioni le dita, mangiato dai parassiti e dalla salsedine ricorda il totem del villaggio nella foresta.
Cerchiamo incessantemente il ritorno alla natura e all'origine, la somiglianza più intima e vicina alla Natura Madre che alita nel vento e ricorda bambino, Africa, Terra, istinto, selvaggio, abbandono al divenire.
L'arte è dove l'uomo crea la sua Casa dentro l'albero scavato dalle termiti, dove non distrugge, ma va in simbiosi con la Natura, dove la foglia è pelle, la conchiglia orecchino, il ramo prolungamento dell'arto, le crine di animale gonna.
E' quando l'uomo si avvicina alla Natura che riceve il significato primo della sua origine.
L'arte è mossa da un sentimento atavico.







stop the war

Shirin Neshat, Rebellious Silence, 1994
B&W RC print & ink (photo taken by C. Preston); 11 x 14"/27.9 x 35.6 cm

labile settembre


Settembre, labile e fugace....come un alito di vento. Il tempo e le cose paiono sospesi, ad osservare, ad osservarsi. Il "punto e a capo" dell'anno solare, dove non c'è estate e non c'è inverno. Sebra che tutti si stiano preparando alla perdita del colore e al grande silenzio: autunno.

silenzio 2

Ruth Sacks, Ringing the Museum, 2008



[...] Qualcuno ha mai sentito le pietre sospirare?


Werner Herzog,
La conquista dell'inutile, Camisea 13 febbraio 1981


la morte del gelso




Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari, oltre il sole e l'etere, al di là dei confini delle sfere stellate,
spirito mio tu ti muovi con destrezza e,
come un bravo nuotatore che si crogiola sulle onde, spartisci gaiamente,
con maschio, indicibile piacere, le profonde immensità.

Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi, va' a purificarti nell'aria superiore,
bevi come un liquido puro e divino il fuoco chiaro che riempie gli spazi limpidi.

Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni e i dolori
che pesano con il loro carico sulla nebbiosa esistenza,
può con ala vigorosa slanciarsi verso i campi luminosi e sereni;
colui i cui pensieri, come allodole,
saettano liberamente verso il cielo del mattino;
colui che vola sulla vita
e comprende agevolmente il linguaggio dei fiori e delle cose mute.


Charles Baudelaire
, I fiori del male, Elevazione, 1857

in-forma

Sūq des Sebbaghine, Marrakech




(...) Ogni artista converrebbe nell'affermare che una forma è significante fintanto che esprima quella conformazione nobile e austera che possiedono gli oggetti arcaici. (...)



lettera al sig. Jewel, 1943

natura

Dudh Pokhari Lake, 4750 mt sopra il livello del mare, Gokyo, Sagarmatha National Park, regione del Solu Khumbu, Nepal


Camisea, 12 aprile 1981

[...] Ha cominciato a piovere.Il fiume e` di un marrone verdastro, lento e basso. Il bananeto a sinistra della mia capanna si gonfia in un rigoglio spudoratamente sessuale. Nella pace della pioggia il paesaggio fa esercizi di devozione. Un respiro profondo attraversa la foresta, tutto e` silenzio. Esitanti si srotolano le felci che avevano tenuto nascoste le loro punte piu' tenere. Fiori carnivori invitano grassi e sudati al trapasso. Sul legno ammuffito spugne scivolose che esalano veleno. Le fatiche della giungla sembravano oggi meno pesanti. Marcire, putrefarsi e partorire: tutto appariva piu' semplice. La foresta vergine solo nel presente e` intrecciata al tempo, ma rimane per sempre senza eta'. Rispetto a tutto questo, qualcosa come la giustizia sarebbe una contraddizione. Ma esiste una giustizia nel deserto? O sull' oceano? E sotto? La vita nel mare deve essere un vero inferno. Un inferno senza fine di pericolo costante e immediato: un tale insopportabile inferno che durante l'evoluzione alcune specie - uomo compreso - sono scappate strisciando su alcune zolle di terraferma, i futuri continenti.

Werner Herzog, La conquista dell'inutile

Lezione n1. Il Carrillon

Martha Graham


Il carillon ha compiuto la sua magia. Ho capito che portavo dentro di me il germe della mia stessa morte, che è il dubbio. Orfeo si è voltato verso Euridice perchè non ha osato credere alla sua resurrezione. Violinista, correvo verso la perfezione perchè non volevo credere di poterla incarnare. La tristezza nasce dal correere dietro alle cose. Dietro alla verità, alla musica, al paradiso. Li si cerca all'asterno di se stessi, dove non esistono, mentre si tratta d'immergersi all'interno del nostro essere, dentro la trasparenza dell'anima, per trovarli. L'incrinatura attraverso cui si insinua la tristezza è quella dalla quale si lascia entrare il mondo delle apparenze e delle cose futili. É triste quando, per routine, per pigrizia, si smette di scavare, di frugare nel proprio cuore e nell'anima fino al centro di gravità. É in questa ricerca perpetua che si può diventare sempre più sobri, sempre più semplici, abbandonare gli orpelli per capire, cercare e afferrare l'assenziale, arte suprema che permette di riprendersi tutto in un colpo solo. É così che si trova il proprio stile, e trovarlo vuol dire prendere le armi contro la morte. Direi persino che è la sola arma capace di difendere la vita e la luce.
Nell'alzarsi Hans fece strusciare la poltrona sul pavimento.
- É tardi. Le chiamo un taxi. Ho risposto alle sue domande?
- Sì. Sono felice di averle portato il regalo del professore. Il carillon è perfetto qui da lei.
- Prima che vada, le faccio anch'io un regalo da parte sua. Le dirò le parole che il professore mi ripeteva, lui che ogni volta che gli chiedevo un consilgio mi rispondeva: «Ascoltati meglio». Erano le parole pronunciate dal rabbino Zusya di Hanipol, nell'evocare il giudizio universale: « Nel mondo a venire non mi verrà mai chiesto: "Perché non sei stato Mosè?"
No. Mi verrà chiesto: "Perché non sei stato Zusya?"»
Annuii. - É davvero un bel regalo. Grazie Hans.

Hélène Grimauld,
Lezioni private

everyday



Rifiuto la vita reale come una condanna; rifiuto il sogno come una liberazione ignobile. Ma vivo la parte più sordida e più quotidiana della vita reale; e vivo la parte più intensa e più costante del sogno. Sono come uno schiavo che si ubriaca durante il riposo: due miserie in un unico corpo.
Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall'oscurità della vita gli oggetti vicini che ce la raffigurano, quanto di vile, di stracco, di abbandonato e di fittizzio c'è in questa Rua dos Duoradores, che è per me la vita intera.....

Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernando Soares

nostalgia

Kazuyoshi Nomachi, Moschea Al-Qarawiyyīn, Fes, Marocco

In tutte le epoche gli uomini nutrono un sentimento nostalgico per qualcosa di remoto a loro stessi e al loro tempo.



[..-]Al suo paese, a quell'ora, gli ulivi s'inchinavano alle luci della sera.[...]

[...]La bellezza per lui evocava sempre un senso di privazione.[...]

citazioni dagli scritti di Francesco Biamonti

contiguità

Kazuyoshi Nomachi, photo dalla serie "Il Nilo"


Il bambino dinka soffia nell'utero della vacca, poichè lo stimolo sessuale provocato, porta l'animale a produrre più latte.

Il Nilo Bianco, nel suo percorso tortuoso verso nord in mezzo alla savana, si trasforma in un acquitrino ricoperto di canne di papiro. Qui si trova la vasta area paludosa conosciuta come Sudd.
"Sudd" in arabo significa barriere, spazi chiusi.

Kazuyoshi Nomachi

É ancor più forte dell'indigeno, del primordiale, delle origini;
la terra urla e danza in un'infernale acquitrino ai confini del mondo,
in uno di quei tanti luoghi dove Dio si è dimenticato di loro
o dove Dio vive con loro.
Quanta vergogna e colpa dovremmo scontare ai loro piedi.
Piangere di compassione, perchè anche questa è la realtà che vive nel nostro stesso tempo. Piangere inginocchiati alle caviglie dei Dinka, dei Nuba, dei Nuer e tanti altri. Chiedere soltanto scusa.

arte-vita

Bill Viola, LOVE/DEATH: The Tristan Project



L'arte è il sangue nelle vene della storia del mondo. Non esistono società senza arte, e se ci fossero, morirebbero dissanguate. C'è andata vicino la Cambogia del dittatore Pol Pot, che alla metà degli anni settanta provò ad immaginare un paese senza arte ma fallì miseramente, lasciando un fiume di violenza e sangue, con montagne di teschi che oggi sono fonte di ispirazione per raffigurare artisticamente i mali del mondo.

Francesco Bonami, Lo potevo fare anch'io,
Perchè l'arte contemporanea è davvero arte

silenzio

Lei era tornata a cercare qualche fiore, ma in quel periodo di riposo della terra, la linfa, rintanata nei vecchi alberi, non aveva ancora preso a sbocciare nell'oro delle mimose. Nei giorni brevi, di luce necessaria per vivere, venature rosa si allungavano nei rami dei lentischi.

- È un momento che non c'è niente.

Lei si accontentò di qualche ramo.

- Bisogna intendersene per apprezzarli.

- Hélène non disprezza mai ciò che le porto.



tornare

Imessouane, Marocco, Costa Atlantica, 2008

[..] «i saggi raccontano che chi abbandona il mondo per venerare Dio soltanto si lascerà alle spalle tutti i piaceri e l'abbondanza della vita, accontentandosi dei soli frutti di Dio e basando la propria sussistenza esclusivamente su piante e acqua».Dopo una pausa gravida di riflessione disse:«Avrei potuto venerare Dio continuando a vivere tra le Sue creature, perché la venerazione non richiede necessariamente la solitudine. Non ho lasciato la gente per vedere Dio, poiché L'ho sempre visto alla casa di mio padre e di mia madre. Ho abbandonato la gente perché la loro natura contrastava con la mia, ed i loro sogni non corrispondevano ai miei... Ho lasciato gli uomini perché ho scoperto che la ruota della mia anima girava in una direzione e strideva aspramente contro le ruote di altre anime che giravano in direzione opposta. Ho lasciato la civiltà perché ho scoperto che è come un vecchio albero marcio, forte e terribile, le cui radici sono serrate nell'oscurità della terra e i cui rami si protendono al di là delle nuvole; ma i suoi fiori sono l'avidità, il male e il crimine, e i suoi frutti la sofferenza, la miseria e la paura. Chi ha cercato d'infondere in essa il bene e di modificarne la natura non è riuscita nel suo intento. È morto deluso, perseguitato e tormentato».Yusif si chinò verso il caminetto, come se attendesse di vedere che impressione avevano fatto le sue parole nel mio cuore. Pensai fosse meglio limitarmi ad ascoltare, ed egli continuò:«No, non ho cercato la solitudine per pregare e per vivere da eremita...poiché la preghiera, che è il canto del cuore, giunge alle orecchie di Dio anche se confusa in mezzo alle grida e ai lamenti di migliaia di voci. Vivere da recluso vuol dire torturare il corpo e l'anima e mortificarne le inclinazioni, è un tipo di esistenza che mi ripugna, poiché Dio ha edificato i corpi come templi dello spirito, ed è nostro compito cercar di meritare e di conservare la fiducia che Dio ha riposto in noi.No, fratello mio, non ho cercato la solitudine per motivi religiosi, ma unicamente per evitare le persone e le loro leggi, i loro insegnamenti e le loro tradizioni. le loro idee, il loro chiasso e i loro lamenti. Ho cercato la solitudine per non vedere i volti di uomini che si vendono e comprano allo stesso prezzo cose che sono spiritualmente e materialmente inferiori a loro.Ho cercato la solitudine per non incontrare quelle donne che camminano con alterigia, con mille sorrisi sulle labbra, mentre in fondo ai loro mille cuori non c'è che un unico fine.Ho cercato la solitudine per nascondermi dagli individui compiaciuti di sé che, nei loro sogni, vedono lo spettro della conoscenza e credono di aver raggiunto il loro scopo.Sono fuggito dalla società per evitare coloro che, al loro risveglio, vedono soltanto il fantasma della verità, e gridano al mondo di aver acquisito totalmente l'essenza della verità stessa.Ho abbandonato il mondo e ho cercato la solitudine perché mi sono stancato di rendere omaggio alle moltitudini che credono che l'umiltà sia una sorta di debolezza, e la compassione una specie di viltà, e lo snobismo una forma di forza.Ho cercato la solitudine perché la mia anima non ne può più di avere rapporti con chi crede sinceramente che il sole, la luna e le stelle non sorgano se non nei loro scrigni e non tramontino se non nei loro giardini.Sono scappato via da coloro che aspirano a cariche pubbliche, che danneggiano la sorte terrena della gente gettandogli polvere d'oro negli occhi e riempendogli le orecchie con discorsi senza senso.Mi sono allontanato dai sacerdoti che non vivono conformemente a ciò che dicono nei loro sermoni, e che pretendono dagli altri ciò che non chiedono a loro stessi.Ho cercato la solitudine perché non ho mai ottenuto gentilezza da un essere umano senza pagarne l'intero prezzo col mio cuore.Ho cercato la solitudine perché detesto quella grande e terribile istituzione che la gente chiama civiltà, quella simmetrica mostruosità innalzata sulla perpetua disgrazia delle razze umane.Ho cercato la solitudine perché in essa lo spirito, il cuore e il corpo possono trovare pienezza di vita. Ho trovato le praterie sconfinate dove riposa la luce del sole, dove i fiori esalano il loro profumo nello spazio e dove i ruscelli cantano durante la loro corsa verso il mare. Ho scoperto le montagne su cui ho trovato il fresco risveglio della Primavera, la brama piena di colore dell'Estate, i profondi canti dell'Autunno e lo stupendo mistero dell'Inverno. Sono venuto in questo remoto angolo del dominio divino perché desideravo ardentemente di conoscere i segreti dell'Universo e avvicinarmi al trono di Dio».Yusif respirò profondamente, come se si fosse liberato di un peso.I suoi occhi risplendevano di una strana luce magica, e sul suo volto raggiante apparivano i segni dell'orgoglio, della volontà e della soddisfazione.Trascorsero alcuni istanti, durante i quali lo fissai con tranquillità, riflettendo sulla rivelazione di ciò che prima mi era stato nascosto; quindi mi rivolsi a lui dicendo:«Senza dubbio hai ragione sulla maggior parte delle cose che hai detto, ma la tua diagnosi della malattia sociale dimostra anche che sei un buon medico. Credo che la società malata abbia disperatamente bisogno di un medico come te, che dovrebbe curarla o farla morire. Questo mondo afflitto implora la tua attenzione. Ritieni giusto o misericordioso tirarti indietro di fronte al paziente che soffre e negargli la tua assistenza?».Yusif mi guardò con l'espressione pensierosa, poi disse in tono sconsolato:«Sin dagli albori del mondo, i medici hanno cercato di guarire i disturbi della gente; alcuni hanno usato il bisturi, altri hanno fatto ricorso a pozioni, ma la pestilenza si è diffusa senza lasciare alcuna speranza. Io desidererei che il paziente si accontentasse di rimanere nel suo sudicio letto, a meditare sulle sue ferite che non si rimarginano; egli invece protende le mani da sotto la veste, afferra la gola di chiunque vada a fargli visita e lo strangola.Quale ironia!Il paziente malvagio uccide il dottore, poi chiude gli occhi e dice dentro di sé: "Era un grande medico".No, fratello, nessuno può far del bene all'umanità. Il seminatore, per quanto saggio ed esperto possa essere, non può far germogliare il campo d'inverno».«L'inverno degli uomini», ribattei, «passerà, e allora giungerà la bella primavera, e i fiori sbocceranno di certo nei campi, e i ruscelli guizzeranno di nuovo nelle valli».


Gibran Kahlil Gibran, LA TEMPESTA, L'eremita Yusif El Fakhri

nuova-mente

Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889

Talvolta noi esseri umani ci troviamo in condizioni in cui il mondo sembra crollarci addosso. In quei momenti bisognerebbe fermarsi ad osservarsi dall'esterno, dall'alto.

Gli ecclesiastici e tutti coloro che discorrono a vanvera parlano a volte della sofferenza come d'un mistero. In realtà è una rivelazione. Si scoprono cose mai prima percepite. Ci s'accosta alla soria in tutta la sua complessità, da un nuovo punto di vista. Quanto s'era oscuramente avvertito per istinto, intorno all'arte, viene ora penetrato intellettualmente ed emotivamente con perfetta chiarezza di visione, un'assoluta intensità d'intendimento.
Ora capisco come il dolore, essendo la massima emozione di cui sia capace l'uomo, sia insieme simbolo e pietra di paragone di tutta la grande Arte. L'artista va eternamente cercando un modo d'esistenza in cui corpo e anima siano un tutto unico e indivisibile: in cui l'esteriore sia espressione dell'interiore: in cui la Forma si manifesti.



occhi veritas

Vermeer, Ragazza che scrive una lettera, 1665


Il tempo passato al bar a fumare e bere birra giocando a carte, è tempo rubato alla possibilità di crescita e consapevolezza nell'esistenza. Gli occhi divengono lo specchio di un'anima vuota. Non è l'ozio a far male, ma la coltivazione persistente dell'inconsapevolezza.



Il surrealismo
è arte accademica sotto mentite spoglie, estetica negativa, sospetto verso la perfezione, aperta opposizione all'arte moderna. Il suo appello alla libertà è angusto a causa della sua angusta rigidezza. Per i suoi seguaci la tradizione artistica e la sua qualità non contano nulla; sono ubriachi di spontaneismo psichiatrico e di sogni indecifrabili. I surrealisti vendono dell'intrattenimento zoppicante. Il loro modo di vedere la vita differisce enormemente dal mio, per natura affondiamo le nostre radici in ambienti opposti. Le loro idee sono bizzarre e per così dire disinvolte, pressochè ludiche. Non hanno nel modo più assoluto la serietà che ritengo dovrebbe caratterizzare un artista. L'arte deve sempre assere una cosa seria. Forse la mia convinzione viene dal fatto che io sono armeno, mentre loro non lo sono. L'arte deve essere sempre una cosa seria, niente ironia, niente commedia. Nessuno ride di ciò che ama. Miei cari, l'arte non è mai un gioco. Dal mio punto di vista, i surrealisti, dal momento che interpretano l'arte come un gioco, sono a loro volta giocatori, non artisti. Tutto questo non ha alcun senso. L'arte deve restare struttura e plasticità, altrimenti si riduce a mero divertissement dell'inconscio, in cui ciascuno gioca senza alcun rispetto delle regole, delle attestazioni di credibilità, della qualità. L'arte è meravigliosa fin quando è tenuta al riparo dalla frivolezza. Decisivi sono non tanto i nuovi soggetti, quanto i nuovi modi di esprimere i concetti universali nel linguaggio della modernità. La feticizzazione della novità depriva l'arte di quelle basi estetiche che si è faticosamente costruita nel corso del tempo, e la rende riserva del prosaico e anonimo uomo d'affari. Nell'arte la tradizione è la grandiosa danza corale della bellezza e del pathos, in cui molte diverse epoche si tengono per mano unite da uno sforzo comune, e al tempo stesso ognuna offre il proprio contributo peculiare e individuale all'evento collettivo, proprio come accade nella nostra danza di Van; ognuna di loro perde qualsiasi significato se il cerchio delle mani viene spezzato. [...]

Arshile Gorky, lettere alla sorella Vartoosh, 1947


don't forget

Maurizio Cattelan, Him, 2001




I Want to Spend the Rest of My Life Everywhere,
With Everyone, One to One, Always, Forever, Now.

in Vida

E' quando l'uomo diventa consapevole della sua mortalità che tutto intorno a lui finisce. Non si dovrebbe mai abbandonare quel sentimento di spensieratezza, immortalità ed infinito amore che ci accompagna durante la giovine età.


Le malattie sono quasi sempre crisi spirituali della vita, in cui vecchie esperienze e fasi di pensiero vengono abbandonate per permettere cambiamenti positivi.
Tutto quello che prima appariva poco o solo vagamente chiaro, prende una direzione del tutto plausibile. E' una sfida decisiva, bisogna stabilire molte cose e prendere nuove vie verso nuove esperienze.

Joseph Beuys, Difesa della Natura


piove dentro

Thorsten Brinkmann, Drune Quoli, 2007,
C-Print, Edition 5 + 2 AP , 76 x 59 cm


Adì 2 febraio in sabato sera e venerdì mangiai uno cavolo e tucta due quelle sere cenai on[ce] 16 di pane, e per non havere patito fredo a lavorare non m'è forse doluto el corpo e lo stomaco - el tempo è molle e piovoso.

Jacopo da Pontormo
, scritti dal diario, 1555

fuori come dentro

Malcolm Kirk, fotografia, Ragazza Mendi del villaggio Tente,
Southern Highlands Province, Papua Nuova Guinea



[...] Non sono forse artisti i selvaggi, che posseggono una propria forma, forte come la forma del tuono? Il tuono, il fiore, ogni forza si manifesta come forma. Anche l'uomo. [...]

L'uomo esteriorizza la sua esistenza in forme. Ogni forma d'arte è estrinsecazione della sua vita interiore. L'esteriorità della forma d'arte è la sua interiorità. [...]

Dietro le iscrizioni, dietri i quadri, i templi, i duomi e le maschere, dietro le opere musicali, dietro le danze, stanno le gioie e i dolori degli uomini e dei popoli. Dove manca questo sottofondo, dove le forme nascono vuote, lì manca anche l'arte.

escape

Anne Wodtcke, Escape, 2004


[...] Percorrere la via della saggezza non è mai stato così urgente e così difficile. La società è votata quasi totalmente all'esaltazione dell'io, con le sue tristi fantasie di successo e di potere, e l'ammirazione va proprio a questi agenti di avidità e di ignoranza che stanno distruggendo il pianeta. Mai è stato altrettanto difficile ascoltare la poco lusinghiera voce della verità e, una volta udita, seguirla. Niente, nel mondo che ci circonda, incoraggia questa scelta. La società in cui viviamo sembra negare qualunque idea di sacralità o di valori o di significati eterni. Mai come ora, in questo momento di maggior pericolo quando è in forse il nostro stesso futuro, gli esseri umani si sono trovati sconcertati e imprigionati nell'incubo che essi stessi hanno creato. [...]


Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire


corpo

Ana Mendieta, Flowers on body, 1973
performance, El Yagul, Oaxaca, Messico

Nel pomeriggio Josè si recò da sua madre per portarle un regalo.
Durante la mattinata il giovane era stato alla ricerca di un antico oggetto da salotto, di epoca barocca: un candelabro di vetro, alto cinque spanne, del colore dell'oro. Sapeva bene che sua madre adorava queste cose e amava collezzionare oggetti antichi. Il candelabro era molto costoso ma Josè lo comprò ugualmente, sacrificando il pranzo di due giorni e gli ultimi risparmi pur di fare un regalo alla madre che l'avesse fatta sorridere anche solo per un attimo. Josè era troppo generoso, sembrava avere la sindrome del santo: viveva per fare bene agli altri, si donava e si dedicava alle persone che amava, più che a sé stesso. Giunto alla casa dei genitori, Josè corse subito dalla madre per darle il regalo, era euforico, perchè riteneva la madre la persona più importante della sua vita e voleva vederla sempre felice. Cercava di regalarle attimi di gioia per rallegrare le grigie giornate d'inverno. Per il ragazzo la madre era una persona sacra. Il regalo passò dalle mani di Josè a quelle di Maria. "E ora questo dove lo metto? Ma non pensi mai a quello che porti a casa?! Dove pensi che possa stare questo adesso?!". Josè era atterrito. Non capiva perchè invece di essere contenta era arrabbiata. Ma lei era sempre così. Era arrabbiata con la vita e Josè sperava ogni giorno di poter sfatare il brutto incantesimo che da tanti anni copriva i sorrisi della madre. La voce alta e l'atteggiamento arrogante della madre gli fecero stringere il cuore. Una sensazione di soffocamento arrivò alla gola. Era profondamente offeso. Allora il ragazzo si girò e scappò a comprare del materiale per una nuova opera. Josè era un pittore. Un gesto di amore rifiutato, le radici sradicate, l'origine rinnegata. Ad ogni gesto di amore corrispondeva un offesa. Questo era quello che Josè portava dentro. Durante la notte si dedicò alla sua arte, con tutto l'amore e la passione che avrebbe voluto dedicare alla madre per ringraziarla del dono della vita.
Così nasce l'arte: dallo sgomento dell'anima, dall'intestino, dai brontolii dello stomaco, dalle lacrime e dalle spine nel cuore, dal rifiuto, dalla sofferenza, dalla mancanza, dal così detto mal d'essere.
Talvolta non resta che seguire la natura e lasciare che le cose accadano. Vivere di corpo senza preoccuparsi dell'avvenire.







fuori

Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Bue macellato, 1655



[...] Per l'artista è arduo accettare l'ostilità della società verso il suo lavoro. Eppure, proprio questa indisponibilità può costituire la molla per la sua più autentica liberazione. Libero da un falso senso di protezione e di comunità, l'artista può abbandonare il suo libretto di risparmio con la copertina plastificata, così come ha già abbandonato altre forme di sicurezza. Sia il senso di comunità che quello di sicurezza sono legati a quanto è familiare. Solo dopo averli abbandonati diviene possibile l'asperienza trascendentale. [...]

Mark Rothko, La scuola di New York,
testo pubblicato in "Possibilities I", inverno 1947-1948,



madre terra

Chris Drury, Wave Chamber, 1996



L'ORIGINE DEL MONDO E DEGLI UOMINI
MITI TIBETANI DELLA CREAZIONE


[...]Gli elementi senza padre dipendono dalla luce. Gli elementi senza madre dipendono dal raggio di luce. Padre e madre degli elementi sono di questo tipo. Come prima cosa fu creato, nel cielo vuoto, il luogo dei cinque elementi. Dapprima fu creato il luogo del vento e generò un doppio ceraunio assai duro, alto e forte. Al di sopra fu creato il luogo dell'acqua e subito si generò la bianca luminosità come luce lunare. Al di sopra fu creato il luogo della terra e la terra emerse come un quadrangolo giallo. Al suo centro fu creato il monte regale potente, il Meru. Quindi furono creati i quattro mondi, e gli otto mondi piccoli.
[...] Così tutto fu creato secondo la sua natura.


Andreas Gruschke, Miti e leggende del Tibet,
capitolo 1, Il canto dell'origine dei mondi




alberi

Maurizio Cattelan, Senza titolo, 1998


Io sono un ragazzo di città. Nelle grandi città hanno fatto in modo che si possa andare al parco e trovarsi così in una campagna in miniatura, ma in campagna non hanno neanche uno scampolo di grande città, e a me così viene la nostalgia di casa. Un'altra delle ragioni per cui amo più la città della campagna è che in città ogni cosa è programmata per funzionare, mentre in campagna ogni cosa è programmata per rilassarsi. In città, persino gli alberi dei parchi devono lavorare sodo, perchè il numero di persone per cui devono produrre ossigeno è incredibile. Se vivessi in Canada evresti un milione di alberi che producono ossigeno solo per te, per cui ognuno di quegli alberi non lavora poi così tanto, mentre un alberello in un vaso a Times Square deve produrre ossigeno per un milione di persone. A New York tutto avviene in fretta e questo lo sanno anche gli alberi: basta guardarli. L'altro giorno stavo passeggiando sulla Cinquantasettesima e guardavo il nuovo edificio inclinato di Solow dall'altra parte della strada e sono andato a finire su un alberello dentro un vaso. Ero imbarazzato perchè non sapevo cosa fare. Sono caduto proprio sopra questo alberello della Cinquantasettesima West perchè non mi aspettavo che fosse lì.

Andy Warhol, La filosofia di Andy Warhol, capitolo decimo: Atmosfera, Un albero cerca di crescere a Manhattan