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WHITE THING
lezione n.4
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in
QIU SHIHUA, untitled, 2012 (Qiu Sh8044), oil on canvas, 148 x 154 cm
Beethoven parlando della sua opera e della sua creazione in genere, aveva sufficiente lucidità e umiltà per dire: " (...) Mentre altri, forse, lo ammirano, egli si rammarica di non essere ancora giunto laddove un genio più grande brilla ai suoi occhi come un sole lontano. L'unico vero segno di superiorità che sono disposto a riconoscere in un uomo è la bontà. Dove la trovo, lì è la mia casa."
Francois Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza, Ed. Bollati e Borringhieri
dendro
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Rembrandt Harmenszoon van Rijn, I tre alberi, 1643, acquaforte |
Alla domanda: "Qual'è l'essere vivente più grande al mondo?", i più scelgono la risposta generica "la balena" o, più in dettaglio, "la balena azzurra". Si sbagliano. In realtà, le sequoie dell'America settentrionale possono essere più grandi di qualsiasi balena. Nel "parco delle sequoie" in California, un esemplare di Sequoiadendron giganteum, soprannominato "Generale Sherman" è alto circa 83 metri, ha una circonferenza di poco più di 24 metri e il suo peso stimato è 2030 tonnellate, venti volte il peso di una balena azzurra di dimensioni medie. Questa, però, non è la sequoia più alta: il primato appartiene ad un esemplare di Sequoia Sempervirens alto poco più di 110 metri, soprannominato " Howard Libby".
Questi giganti tra i viventi sono diventati tali, perché hanno avuto il tempo necessario, protetti dai luoghi, inaccessibili per millenni. Identica fortuna non é toccata agli alberi delle foreste europee, e in particolare, a quelli delle foreste italiane. Nelle terre che oggi fanno parte della regione Emilia-Romagna, l'antichità dell'insediamento umano e la fertilità delle alluvioni fluviali spiegano la perdita, ormai bimillenaria, delle grandi foreste di pianura e la trasformazione delle residue foreste montane in boschi cedui, in castagneti e in piantagioni di conifere.
La funzione produttiva dei boschi non ha certo favorito la longevità degli alberi e, nello stesso tempo, gli alberi preferiti per una rapida ed elevata produzione di legno sono, per loro stessa natura, poco longevi. In più, le forme degli alberi superstiti, nei boschi ma, soprattutto, nelle aree agricole e suburbane, documentano un uso degli alberi proprio di un'economia povera per molti secoli, ed anche il suo persistente retaggio culturale: ceppaie, bassi tronchi capitozzati, alberi deformati da potature cui si dedicano con tenacia molti nostri contemporanei.
Gli alberi sono i simboli silenziosi della cultura di un popolo.
I nostri pochi alberi non possono quindi rivaleggiar con le sequoie americane, ma sono anche loro, a scala locale, i più grandi tra i viventi. Il valore che viene percepito più facilmente nei loro riguardi è quello che potemmo definire genericamente "culturale".
I grandi e vecchi alberi sono, quasi sempre, i solo superstiti di paesaggi perduti e i soli protagonisti non effimeri dei nuovi paesaggi creati dall'uomo, dove l'instabilità e il mutamento sono la regola. Sono gli alberi che formavano le antichissime foreste: olmi, carpini e farnie in pianura, cerri e rovelle in collina e nella bassa montagna; faggi più in alto fino al limite della vegetazione forestale. Ma ci sono anche alberi coltivati, come il castagno e il cipresso.
L'incontro con un grande albero, qualunque sia la specie, non può che destare ammirazione: il pensiero corre al tempo che è trascorso da quando era un piccolo seme appena germinato, alla straordinaria capacità di crescita e di accumulo di questi vegetali, ad è da sempre spontaneo il confronto tra la nostra breve vita individuale e quella dell'albero che abbiamo davanti. Ben comprensibile è il valore di sacro che molteplici popoli, sindall'infanzia della nostra specie, hanno attribuito agli alberi, alle foreste non toccate dall'uomo: grandi alberi e boschi impenetrabili erano i custodi di una forza vitale, di un mistero che si poteva sperare di attingere, per breve tempo e in piccola parte, solo attraverso la mediazione di un rito. Erano essi stessi le divinità primigenie, come lo erano le sorgenti e i fiumi. L'indescrivibile bellezza di questi luoghi seganti dalla sacralità della natura è stata perduta per sempre nel nostro mondo e, con loro, sono state perdute le emozioni profonde che essi provocavano nei nostri antenati, sino a guidare i loro pensieri. Un esempio tra i tanti, ce lo forniscono le cattedrali gotiche. Come osservò Ralph Waldo Emerson : "la chiesa gotica trasse origine, manifestamente da un adattamento degli alberi della foresta, con l'intrico dei loro rami, in arcate solenni e fantomatiche...Stando dentro un bosco in un pomeriggio invernale, ognuno si renderà subito conto dell'origine delle vetrate istoriate che ornano le cattedrali..., osservando i colori del cielo al tramonto attraverso l'intreccio dei rami nudi".
Il valore biologico dei grandi vecchi alberi nasce dalla loro stessa vita, passata attraverso innumerevoli stagioni: calori estivi, geli invernali, turbolenze dell'aria. Un albero vecchio soltanto di tre secoli ha visto sorgere e tramontare il sole circa 110000 volte.
Ogni vecchio grande albero è la manifestazione estrema dell'ostinazione dell'aadattabilità della vita vegetale. Di ogni stagione questi alberi serbano il ricordo lignificato nel profondo dei loro tronchi o nella chioma modellata dei rami sopravvissuti agli schianti del vento e della neve. Il loro programma genetico è quello compendiabile nella frase " durare più a lungo possibile". Per riuscirci ogni albero trasforma ogni anno parte del suo corpo in biomassa di sostegno e produce nuove parti destinate alla nutrizione. Può farlo perché è una pianta, cioè una creatura modulare. La sua architettura è costruita attraverso la produzione ripetitiva di parti elementari simili tra loro.
Goethe osservò: "....una pianta , o se preferiamo , un albero, i quali ci si presentano come individui, non v'è dubbio che si compongano in realtà di parti uguali e simili tra loro all'interno: basti pensare a quante piante vengono moltiplicate per propaggini. La gemma di un albero produce un ramoscello, che a sua volta produce un gran numero di gemme uguali......"
Ogni parte elementare, ogni modulo, è formata da una foglia e dalla gemma che si trova alla base della foglia. Questo modulo è l'intima realtà dell'albero, quella che ne assicura la vita e la crescita. La sua formazione è influenzata dalle condizioni del momento e, per questo, ogni albero ha una forma altamente imprevedibile che dipende fortemente dall'interazione con l'ambiente.
Lo aveva già osservato Leonardo Da Vinci nel Trattato sulla pittura: "è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra gli alberi della medesima natura, non si troverebbe una pianta ch'appresso somigliasse all'altra, e non che le piante, ma li rami o le foglie o i frutti di quelle, non si troverà uno che precisamente somigli all'altro".
I suoi moduli sono integrati in un sistema nutritivo ma, al tempo stesso, ogni modulo può essere perduto e rifatto da un'altra parte. Questa seconda caratteristica è, senza enfasi, la chiave per capire la straordinaria esistenza della vita sulla Terra, alimentata dall'adattabilità delle piante verdi.
Ogni grande albero è la più grande manifestazione di questo carattere: durare significa avere straordinarie capacità di risposta alla variabilità delle condizioni ambientali.
Nelle situazioni di più grave degradazione ambientale, un grande albero può essere ormai il solo portatore di un genoma divenuto ormai raro. La propagazione è in questo caso una strategia altamente raccomandabile di conservazione biologica. Nello stesso tempo, i semi che un grande albero di una specie rara produce contengono nuove preziose combinazioni genetiche, sono il deposito della necessaria variabilità cui dovremmo attingere per conservare la specie stessa e riutilizzarla nelle ricostruzioni ambientali.
Resta da ricordare lo straordinario valore ambientale dei vecchi grandi alberi. Essi sono autentiche isole verticali che contengono un mosaico di habitat, in cui la natura dispone molte altre creature per vivere. Per limitarci soltanto ai vertebrati, si può ricordare che varie specie di uccelli usano i grandi alberi a diverse altezze dal suolo: i rami più alti spesso disseccati, sono utilizzati dai rapaci e dalla cornacchia come luoghi di osservazione e la ghiandaia li usa per nidificare. Poco più in basso trovano riparo per la notte molti piccoli uccelli, e di giorno, la cinciallegra e il picchio muratore percorrono rapidamente i rami nutrendosi di molti insetti. Nelle biforcazioni più riparate dei grandi rami cotruisce il suo nido lo scoiattolo, che si scava tane nelle parti marcescenti del tronco, le stesse che i picchi raggiungono per estrarne larve di insetti. Nelle cavità del tronco trascorrono l'inverno il ghiro e il moscardino; l'allocco, che passa il giorno nascosto nel fitto fogliame, vi costruisce il proprio nido. Le cavità dell'albero forniscono , in generale, importanti siti di rifugio per i pipistrelli e l'albero trae verosimilmente beneficio dalla degradazione minerale dei loro escrementi liquidi e solidi, operata da invertebrati, funghi e batteri. Si sa infine, che i rospi usano il legno marcescente e gli anfratti alla base dei vecchi alberi come luoghi di rifugio. Questo quadro di vita, sommariamente accennato, è tanto più ricco quanto meno degradato è il contesto ambientale in cui l'albero si tova: la vita legata ad un grande albero dipende in larga misura da ciò che gli sta intorno. Il valore dei vecchi grandi alberi per la biodiversità locale è, comunque, sempre molto alto: la loro conservazione è riduttiva del loro valore e, quindi poco utile, se li si considerasse soltanto "monumenti", come fossero edifici, e si procedesse a "restauri" eliminando parti morte e deperienti.
Su un grande e vecchio albero dimora un'attività straordinaria, che percorre tutti i livelli della vita: dalla produzione di materie e di energia, al suo uso e alla sua degradazione. Questa trama di un antichissimo canovaccio è stata ed è recitata da molti protagonisti.
Oggi, come tutti gli anziani, i grandi alberi hanno anch'essi bisogno di affetto, riposo e pace.
Non potarli inutilmente, rispettare il terreno circostante per non danneggiare le radici, non accendere fuochi nelle vicinanze, sono le cose che possiamo fare per loro. In più, non dobbiamo lasciarli soli: piantare nuovi alberi o favorire la naturale riconquista degli antichi spazi perduti dalle foreste, saranno i modi migliori per festeggiare i compleanni di questi patriarchi.
alberi
Per me gli alberi sono sempre stati i predicatori più persuasivi. li venero quando vivono in popoli e famiglie, in selve e boschi. E li venero ancor di più quando se ne stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come gli eremiti, che se ne sono andati di soppiatto per sfuggire ad una debolezza, ma come grandi uomini solitari, come Beethoven e Nietzsche.
Tra le loro fronde stormisce il mondo, le loro radici affondano nell'infinito; tuttavia non si perdono in esso, ma perseguono con tutta la loro forza vitale un unico scopo: realizzare la legge che é insita in loro, portare alla perfezione la propria forma, reppresentare se stessi.
Niente é più sacro e più esemplare di albero bello e forte.
Quando un albero é stato segato e porge al sole la sua nuda ferita mortale, sulla chiara sezione del suo tronco - una lapide sepolcrale - si può leggere tutta la sua storia: negli anelli e nelle concrescenze sono scritte fedelmente tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutte le malattie, tutta la felicità e la prosperità, gli anni magri e gli anni floridi, gli assalti sostenuti e le tempeste superate. E ogni contadino sa che il legno più duro e più pregiato ha gli anelli più stretti, che i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti, crescono in cima alle montagne, nel perpetuo pericolo.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita.
Così parla un albero: in me è celato un seme, una scintilla, un pensiero, io sono la vita della vita eterna. Unico è l'esperimento che la madre perenne ha tentato con me, unica la mia forma e la venatura della mia pelle, unico il più piccolo gioco di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è quello di dar forma e rivelare l'eterno nella sua marcata unicità.
Così parla un albero: la mia forza è la fede. Io non so nulla dei miei padri, non so nulla delle migliaia di figli che ogni anno nascono da me. Vivo il segreto del mio seme fino alla fine, non ho altra preoccupazione. Io ho fede che Dio è in me. Ho fede che il mio compito è sacro. Di questa fede io vivo.
Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci così: Sii calmo! Sii calmo!! Guarda me! La vita non è facile, la vita non è difficile. Questi sono pensieri infantili. Lascia che Dio parli in te ed essi taceranno. Tu hai paura perché la tua strada si allontana dalla Madre e dalla Patria. Ma ogni passo e ogni giorno ti riconducono di nuovo alla madre. La patria non è in questo o in quel luogo. La patria è dentro di te, o in nessun posto.
La nostalgia di vagare senza meta mi prende il cuore, quando, a sera sento gli alberi stormire nel vento. Se li si ascolta a lungo, in silenzio, anche la nostalgia di vagare rivela appieno il suo significato più profondo. Non è desiderio di scappare via dal dolore, come sembra; è nostalgia della propria patria, ricordo della propria madre, struggimento per nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada conduce a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre.
Così sussurra l'albero nella sera, quando abbiamo paura dei nostri pensieri infantili. Gli alberi hanno pensieri duraturi, di lungo respiro, tranquilli, come hanno una vita più lunga della nostra. Sono più saggi di noi finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, la rapidità e la precipitazione infantile dei nostri pensieri, acquistano una letizia incomparabile. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi, non desidera più essere un albero. Non desidera essere altro che quello che è. Questa è la patria. Questa è la felicità.
rampicanti
| rudere, Savio di Ravenna, 2011 |
In architettura esistono due tipi di "mimesi". Una é quella che si rapporta alla natura, l'altra alle cose dell'uomo. La prima cerca nella natura un appoggio ed una conferma al suo disegno. Circondata da questa, quale un orizzonte in cui ritrovarsi e ripararsi dalla forza del proprio segno, non vuole primeggiare ma generare con lei un unico "luogo dell'anima". Una volta erano le pievi le piccole chiese di campagna circondate da prati e da alberi su colline bruciate dal sole, piccoli mausolei, o moschee bianche con le cupole e il minareto che svettavano tra sugheri e cipressi, torri di pietra tra le rocce, rovine di templi immerse tra gli ulivi vicino al mare.
La natura e l'architettura si fondevano in un solo paesaggio, in cui il materiale dell'una si specchiava in quello dell'altra come un riflesso. Il pieno accordo tra luogo naturale e opera dell'uomo era un tacito assioma, una legge quieta che, da Platone ad Aristotele, é arrivata sino agli albori del secolo scorso.
L'arte é mimesi della natura. La mima, la reinventa, la accompagna fedelmente nel cammino del tempo. Non c'era contrasto e nemmeno violenza. L'abitare sulla terra era una convivenza armonica in cui l'uomo beneficiava della natura, e questa traeva profitto e bellezza dalla presenza dei disegni dell'uomo. Così nascevano i luoghi.
Non necessariamente un'arcadia, nel senso "panico" del termine, ma la sensazione di familiarità e di fierezza reciproche. Il luogo dell'abitare era il centro di un mondo, di cui la natura era parte integrante.
lezione n.3
È una riflessione tra le sproporzioni del mondo, mondo breve, in cui l’uomo vive.
Nasce la decisione ferma di seguire poche cose, fuori epoca, che riguardano i presenti e chi c’è già stato. Pochi temi interrogativi: il motivo dell’esistenza, la sua fine, il male, l’ingiustizia, il dolore. Alcuni perché. Non sono infiniti.
Mi chiedo se su questi temi saremo giudicati nel terribile supercircuito dell’Apocalissi, con una tendenza alla sostanza assoluta dei valori, o giustificati anche per fedeltà più minuscole e temporali, famiglia, città natale, riunioni di condominio. Non intendo fare della retorica leggera. L’insieme di una vita morale e spirituale, compresa l’arte, è inclusa in una fitta rete di dettagli. Mi chiedo se le sproporzioni evidenti che balzano agli occhi sono fornite da una libertà di fondo o da una schiavitù, un destino prevalente, che ci determina, a nostra gioia o perdizione.
In simili crocevia della mente devo contrastare subito una inclinazione giansenista: non riesco a credere alla libertà integrale dell’individuo. Faccio conto, con un atto di fede, che tale libertà esista sul serio e l’uomo sia interamente responsabile della trama morale della sua vita.
Lo scenario non cambia. Le grandi passioni, di fronte all’ineluttabilità eterna del nulla o di Dio, denunciano l’inconsistenza drammatica dell’esistenza, puerilità per chi vi affonda.
Il dolore è divenuto un globo, come la terra.
La tenerezza si è frantumata.
Avrei voluto essere un monaco della Tebaide. Non lo sono stato. Avrei voluto morire in mille modi ragionevoli. Sono ancora vivo, e mi intenerisce ancora, persino, l’ombelico nudo delle ragazze che si fanno saltare in aria. Ho pena affettuosa per il vecchio con trecce e cappello che prega e dondola nello smarrimento dell’assenza temporanea di Dio.
L’esperienza, si vede, partecipata con cura, produce un definitivo scacco delle attese.
Il senso del mondo si tramuta in un sentimento di strazio. Quasi un nastro inciso.
È una risposta? Certo, ma non del tutto ragionevole.
Provo compassione non solo depressiva per chi muore, viene ucciso, o va a morire per cause dettate da altri.
Le costruzioni del mondo si agganciano ferree e, con ingegneria missionaria, erigono un edificio immotivato. È tragico sostituirsi a Dio. Va temuta la Sua Terribilità. Le prove del dolore, la temporalità, le mutazioni, la morte come necessità metafisica, extratemporale.
La guerra difende, o vuole onorare nobili cause, ma non costruisce che terrificanti conclusioni, per i presenti e i futuri. Fa capo ad una morte spicciola, non meno assoluta.
L’opera che ho messo in piedi intendeva dirne qualcosa.
E’ la resa del giudizio. Del mio almeno.
Mi allaga l’incapacità di capire.
Persino chi amo e per familiarità approvo.
E la Storia, cui ho sempre dedicato attenzione come tracciato indicativo di un significato comune a l’uomo, ombre comprese, in fine stritola la coscienza in un cappio di stupore e ribrezzo.
E’ stupida. E’ stata stupida.
Forse non ha motivo di essere.
Questa mia è una resa formale.
Una bandiera bianca.
Una certa misura di resa può scoprire forse alternative inedite di pace.
Fabio Mauri
19.09.2002
ausencia
François Cheng, Cinque meditazioni sulla bellezza
ausencia di Goran Bregovic cantata da Cesaria Evora
ètere
natura estetica natura
Malcolm Kirk, photo, 'Mudman' from Makehuku village, Asaro area, Eastern HighlandsDov'è l'Arte?
... Dove il ramo per immaginazione diventa osso, ricorda balena, muta in scheletro, antropomorfo, viscere, radici, le foglie capelli;
dove la texture del sasso levigato dal tempo è pelle, dove le piume sono abiti, cappello e scarpe come un uccello. Le zampe di gallina epidermide rugosa, giallo del grano; il becco del tucano come copricapo perchè voglio essere come natura.
Dove la sensibilità ha infinite varianti di estetica, per accostamenti "come natura avrebbe fatto", quando il tronco dalla quercia secolare diventa animale antico, uomo anziano dalla voce rauca e soffocata dal tempo, ricorda il sacro, la corteccia le rughe, le diramazioni le dita, mangiato dai parassiti e dalla salsedine ricorda il totem del villaggio nella foresta.
Cerchiamo incessantemente il ritorno alla natura e all'origine, la somiglianza più intima e vicina alla Natura Madre che alita nel vento e ricorda bambino, Africa, Terra, istinto, selvaggio, abbandono al divenire.
L'arte è dove l'uomo crea la sua Casa dentro l'albero scavato dalle termiti, dove non distrugge, ma va in simbiosi con la Natura, dove la foglia è pelle, la conchiglia orecchino, il ramo prolungamento dell'arto, le crine di animale gonna.
E' quando l'uomo si avvicina alla Natura che riceve il significato primo della sua origine.
L'arte è mossa da un sentimento atavico.
labile settembre
sale
Bettina Werner, Tibino N.72[...] « Scusi, un’ultima domanda, mi tolga una curiosita’,
silenzio 2
Ruth Sacks, Ringing the Museum, 2008
[...] Qualcuno ha mai sentito le pietre sospirare?
Werner Herzog, La conquista dell'inutile, Camisea 13 febbraio 1981
la morte del gelso
Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari, oltre il sole e l'etere, al di là dei confini delle sfere stellate,
spirito mio tu ti muovi con destrezza e,
Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi, va' a purificarti nell'aria superiore,
Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni e i dolori
colui i cui pensieri, come allodole,
saettano liberamente verso il cielo del mattino;
e comprende agevolmente il linguaggio dei fiori e delle cose mute.
Charles Baudelaire, I fiori del male, Elevazione, 1857
natura
Werner Herzog, La conquista dell'inutile
Lezione n1. Il Carrillon
Hélène Grimauld, Lezioni private
everyday

Sì, vedo nitidamente, con la chiarezza con la quale i lampi della ragione fanno risaltare dall'oscurità della vita gli oggetti vicini che ce la raffigurano, quanto di vile, di stracco, di abbandonato e di fittizzio c'è in questa Rua dos Duoradores, che è per me la vita intera.....
nostalgia
Kazuyoshi Nomachi, Moschea Al-Qarawiyyīn, Fes, MaroccoIn tutte le epoche gli uomini nutrono un sentimento nostalgico per qualcosa di remoto a loro stessi e al loro tempo.
[..-]Al suo paese, a quell'ora, gli ulivi s'inchinavano alle luci della sera.[...]
[...]La bellezza per lui evocava sempre un senso di privazione.[...]
citazioni dagli scritti di Francesco Biamonti
contiguità
Kazuyoshi Nomachi
arte-vita
Bill Viola, LOVE/DEATH: The Tristan Project
L'arte è il sangue nelle vene della storia del mondo. Non esistono società senza arte, e se ci fossero, morirebbero dissanguate. C'è andata vicino la Cambogia del dittatore Pol Pot, che alla metà degli anni settanta provò ad immaginare un paese senza arte ma fallì miseramente, lasciando un fiume di violenza e sangue, con montagne di teschi che oggi sono fonte di ispirazione per raffigurare artisticamente i mali del mondo.
Francesco Bonami, Lo potevo fare anch'io,
Perchè l'arte contemporanea è davvero arte
silenzio
tornare
nuova-mente
Vincent Van Gogh, Autoritratto, 1889Talvolta noi esseri umani ci troviamo in condizioni in cui il mondo sembra crollarci addosso. In quei momenti bisognerebbe fermarsi ad osservarsi dall'esterno, dall'alto.
occhi veritas
Vermeer, Ragazza che scrive una lettera, 1665Il tempo passato al bar a fumare e bere birra giocando a carte, è tempo rubato alla possibilità di crescita e consapevolezza nell'esistenza. Gli occhi divengono lo specchio di un'anima vuota. Non è l'ozio a far male, ma la coltivazione persistente dell'inconsapevolezza.
Il surrealismo è arte accademica sotto mentite spoglie, estetica negativa, sospetto verso la perfezione, aperta opposizione all'arte moderna. Il suo appello alla libertà è angusto a causa della sua angusta rigidezza. Per i suoi seguaci la tradizione artistica e la sua qualità non contano nulla; sono ubriachi di spontaneismo psichiatrico e di sogni indecifrabili. I surrealisti vendono dell'intrattenimento zoppicante. Il loro modo di vedere la vita differisce enormemente dal mio, per natura affondiamo le nostre radici in ambienti opposti. Le loro idee sono bizzarre e per così dire disinvolte, pressochè ludiche. Non hanno nel modo più assoluto la serietà che ritengo dovrebbe caratterizzare un artista. L'arte deve sempre assere una cosa seria. Forse la mia convinzione viene dal fatto che io sono armeno, mentre loro non lo sono. L'arte deve essere sempre una cosa seria, niente ironia, niente commedia. Nessuno ride di ciò che ama. Miei cari, l'arte non è mai un gioco. Dal mio punto di vista, i surrealisti, dal momento che interpretano l'arte come un gioco, sono a loro volta giocatori, non artisti. Tutto questo non ha alcun senso. L'arte deve restare struttura e plasticità, altrimenti si riduce a mero divertissement dell'inconscio, in cui ciascuno gioca senza alcun rispetto delle regole, delle attestazioni di credibilità, della qualità. L'arte è meravigliosa fin quando è tenuta al riparo dalla frivolezza. Decisivi sono non tanto i nuovi soggetti, quanto i nuovi modi di esprimere i concetti universali nel linguaggio della modernità. La feticizzazione della novità depriva l'arte di quelle basi estetiche che si è faticosamente costruita nel corso del tempo, e la rende riserva del prosaico e anonimo uomo d'affari. Nell'arte la tradizione è la grandiosa danza corale della bellezza e del pathos, in cui molte diverse epoche si tengono per mano unite da uno sforzo comune, e al tempo stesso ognuna offre il proprio contributo peculiare e individuale all'evento collettivo, proprio come accade nella nostra danza di Van; ognuna di loro perde qualsiasi significato se il cerchio delle mani viene spezzato. [...]
Arshile Gorky, lettere alla sorella Vartoosh, 1947
don't forget
Maurizio Cattelan, Him, 2001
Maurizio Cattelan, Ave Maria, 2007I Want to Spend the Rest of My Life Everywhere,
in Vida
E' quando l'uomo diventa consapevole della sua mortalità che tutto intorno a lui finisce. Non si dovrebbe mai abbandonare quel sentimento di spensieratezza, immortalità ed infinito amore che ci accompagna durante la giovine età.
Le malattie sono quasi sempre crisi spirituali della vita, in cui vecchie esperienze e fasi di pensiero vengono abbandonate per permettere cambiamenti positivi. Tutto quello che prima appariva poco o solo vagamente chiaro, prende una direzione del tutto plausibile. E' una sfida decisiva, bisogna stabilire molte cose e prendere nuove vie verso nuove esperienze.
Joseph Beuys, Difesa della Natura
piove dentro
Thorsten Brinkmann, Drune Quoli, 2007, Adì 2 febraio in sabato sera e venerdì mangiai uno cavolo e tucta due quelle sere cenai on[ce] 16 di pane, e per non havere patito fredo a lavorare non m'è forse doluto el corpo e lo stomaco - el tempo è molle e piovoso.
Jacopo da Pontormo, scritti dal diario, 1555
fuori come dentro
[...] Non sono forse artisti i selvaggi, che posseggono una propria forma, forte come la forma del tuono? Il tuono, il fiore, ogni forza si manifesta come forma. Anche l'uomo. [...]
L'uomo esteriorizza la sua esistenza in forme. Ogni forma d'arte è estrinsecazione della sua vita interiore. L'esteriorità della forma d'arte è la sua interiorità. [...]
Dietro le iscrizioni, dietri i quadri, i templi, i duomi e le maschere, dietro le opere musicali, dietro le danze, stanno le gioie e i dolori degli uomini e dei popoli. Dove manca questo sottofondo, dove le forme nascono vuote, lì manca anche l'arte.
escape
Anne Wodtcke, Escape, 2004 [...] Percorrere la via della saggezza non è mai stato così urgente e così difficile. La società è votata quasi totalmente all'esaltazione dell'io, con le sue tristi fantasie di successo e di potere, e l'ammirazione va proprio a questi agenti di avidità e di ignoranza che stanno distruggendo il pianeta. Mai è stato altrettanto difficile ascoltare la poco lusinghiera voce della verità e, una volta udita, seguirla. Niente, nel mondo che ci circonda, incoraggia questa scelta. La società in cui viviamo sembra negare qualunque idea di sacralità o di valori o di significati eterni. Mai come ora, in questo momento di maggior pericolo quando è in forse il nostro stesso futuro, gli esseri umani si sono trovati sconcertati e imprigionati nell'incubo che essi stessi hanno creato. [...]
Sogyal Rinpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire
corpo
Ana Mendieta, Flowers on body, 1973fuori
Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, Bue macellato, 1655
[...] Per l'artista è arduo accettare l'ostilità della società verso il suo lavoro. Eppure, proprio questa indisponibilità può costituire la molla per la sua più autentica liberazione. Libero da un falso senso di protezione e di comunità, l'artista può abbandonare il suo libretto di risparmio con la copertina plastificata, così come ha già abbandonato altre forme di sicurezza. Sia il senso di comunità che quello di sicurezza sono legati a quanto è familiare. Solo dopo averli abbandonati diviene possibile l'asperienza trascendentale. [...]
Mark Rothko, La scuola di New York,
testo pubblicato in "Possibilities I", inverno 1947-1948,
madre terra
Chris Drury, Wave Chamber, 1996alberi
Io sono un ragazzo di città. Nelle grandi città hanno fatto in modo che si possa andare al parco e trovarsi così in una campagna in miniatura, ma in campagna non hanno neanche uno scampolo di grande città, e a me così viene la nostalgia di casa. Un'altra delle ragioni per cui amo più la città della campagna è che in città ogni cosa è programmata per funzionare, mentre in campagna ogni cosa è programmata per rilassarsi. In città, persino gli alberi dei parchi devono lavorare sodo, perchè il numero di persone per cui devono produrre ossigeno è incredibile. Se vivessi in Canada evresti un milione di alberi che producono ossigeno solo per te, per cui ognuno di quegli alberi non lavora poi così tanto, mentre un alberello in un vaso a Times Square deve produrre ossigeno per un milione di persone. A New York tutto avviene in fretta e questo lo sanno anche gli alberi: basta guardarli. L'altro giorno stavo passeggiando sulla Cinquantasettesima e guardavo il nuovo edificio inclinato di Solow dall'altra parte della strada e sono andato a finire su un alberello dentro un vaso. Ero imbarazzato perchè non sapevo cosa fare. Sono caduto proprio sopra questo alberello della Cinquantasettesima West perchè non mi aspettavo che fosse lì.
Arte-Vita
Scarpe di ceramica, British Museum, Londra




















